Pino Daniele, un brutto epilogo tra spettacolarizzazione e voyeurismo

pinodanieleSpettacolarizzazione e voyeurismo non mi sono mai piaciuti. Figurarsi quando si applicano ad un evento tragico, come la morte. In realtà non mi sono mai piaciuti neanche gli applausi al funerale. Io, da morto, pretenderei silenzio. Forse un po’ di commozione, ma che c’è da applaudire?

Una vita vissuta da artista e punto d’approdo dei sentimenti e dei desideri di un’infinito numero di persone sta rischiando di toccare fondi e precipizi mai conosciuti, ora che quella vita purtroppo non c’è più. Chissà come commenterebbe Pino Daniele i suoi primi giorni lontano da questo mondo. Quando la vita non ti appartiene tu, e per te decidono altri. Tralasciando le polemiche sui soccorsi e le diatribe fiamiliari sono le “liti” sul funerale, i sindaci che si “contendono” la sepoltura,  la paventata richiesta di esporre l’urna con le ceneri di Pino a Napoli per più di un giorno per permettere ai fan di poter dare l’ultimo saluto. E poi le urla all’esterno della camera ardente chiusa, gli insulti a Massimo D’Alema, la foto della salma pubblicata sul web.

Che bisogno c’è di tutto questo? Serve davvero? Stiamo restituendo a Pino Daniele quanto ci ha lasciato con le sue canzoni e la sua musica? Oppure, con la necessità di volerlo onorare, stiamo trasformando la sua morte in una farsa grottesca? E questa volta i media c’entrano poco e niente.

Non sono mai stato un fan sfegatato di Pino Daniele. Conosco le sue canzoni più importanti, le più belle. E ne riconosco la poesia. Ma anche da fan, per l’ultmo saluto, più che mettermi in coda e vedere un corpo ormai vuoto lo avrei ricordato e onorato ascoltando la mia canzone preferita nel chiuso della mia stanza, con le cuffie, e in silenzio. A me, ad esempio, Pino Daniele ricorda una serata trascorsa al Tribu, una pizzeria di Nocera Inferiore che frequentavo negli anni del liceo. Eravamo seduti a un tavolo, c’erano i miei amici di sempre, quelli che ancora oggi quando ritorno a casa è come se non ci fossimo mai lasciati. Il locale era buio, gli altoparlanti alti, le voci si confondevano. Sul maxischermo c’era un concerto di Pino Daniele. Aveva i capelli lunghi e ancora non del tutto bianchi. Cantava Je so’ pazzo.

Consigli di lettura: La vergognosa gazzarra alla camera ardente non è solo colpa della Casta

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Perché io non avrei pubblicato il video della morte di Mango

468x234_1402871052Tra il diritto di informare e la necessità del non scadere nel cattivo gusto e nell’inutile spettacolarizzazione c’è una linea sottile spesso invisibile. Che frequentemente viene sorpassata senza neanche farsi troppi problemi con il pretesto della completezza dell’informazione e di un racconto a 360 gradi.

Da giornalista, attento alle forme di comunicazione odierne (ha più senso dire nuove?) e ai gusti dei lettori (spesso opinabili) oggi, ad esempio, non avrei pubblicato il video della morte di Mango sul palco del palazzetto di Policoro, in provincia di Matera. Una grave perdita per il panorama musicale italiano, e soprattutto per quanti in tanti anni hanno trovato nelle canzoni del cantante appena sessantenne un sollievo, un momento di felicità, un attimo di spensieratezza o di poesia.

A che serve, però, vedere, far vedere e condividere l’istante esatto in cui Mango, mentre canta Oro (una delle sue canzoni più celebri) sul palco ha un malore e muore, a causa di un infarto? Giornalisticamente parlando, a nulla. Solo a spettacolarizzare la morte (come se non bastasse la scomparsa davanti a centinaia di persone e fan), solo a rendere i lettori “guardoni della fatalità”. Solo al far proliferare quel nuovo modo di fare informazione  che mette in secondo piano la notizia solo per lasciare spazio alla voglia di reality. Come se non fossimo già abbastanza consci di cosa è la morte. Come se non avessimo mai sofferto in vita nostra la perdita di quanto ci è caro. Come se avessimo bisogno di canalizzare le nostre paure trasformandole in realtà Una realtà che tocca, però, solo gli altri e cui vorremmo essere spettatori non paganti. Ma sempre alla debita distanza.

Il video, lo ammetto, io l’ho visto. Ed era inevitabile essendomi apparso insistentemente nella mia bacheca Facebook, e su Twitter, e sulle prime pagine di alcuni siti online. Anche il più scettico, prima o poi, si trova a fare i conti con la propria morbosa curiosità. L’ho visto e però me ne pento. Perché il ricordo che voglio avere di Mango non sono le sue ultime parole, di dolore, ma gli acuti de “La rondine” sparati a tutto volume nello stereo dell’auto durante i miei viaggi verso il mare, in estate. Quello sì che mi fa tornare in mente la serenità.

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E la Svizzera cerca traduttori di calabrese per combattere la ‘ndrangheta

unnamedSettantacinque franchi all’ora per traduttori di calabrese. La curiosa richiesta è della polizia federale giudiziaria svizzera alle prese con un’inchiesta sulla ‘ndrangheta. Un appello lanciato soprattutto agli studenti del dipartimento di italiano della facoltà di Lettera di un’università romanda di un Cantone della Svizzera. Le abilità che il calabrotraduttore dovrà avere? Conoscere il dialetto calabrese e saperlo tradurre in italiano e francese. E in più avere competenze informatiche e dar prova di senso di responsabilità. La storia la racconta il Corriere del Ticino.

Un annuncio quantomeno fuori dal comune, con una paga tutt’altro che misera. A quanto pare, però, non sarebbe la prima volta che la globalizzazione delle mafie spinge la polizia giudiziaria ad usare traduttori di dialetto. “Gli inquirenti italiani non hanno problemi- scrive il cronista sul Corriere del Ticino- giocoforza quelli svizzeri si devono attrezzare quando si tratta di indagare su categorie particolari di criminali. Senza un aiuto esterno la barriera linguistica può essere insormontabile”. Come dargliene torto.

 

 

 

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Salute, gli italiani si affidano al web ma non rinunciano al medico di famiglia

Diritto di Scelta

sauteLa Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e  garantisce cure gratuite agli indigenti».  Art. 32 Costituzione

La salute è un diritto, lo ricorda anche la Costituzione. Informarsi e tenersi aggiornati sulle questioni che riguardano la nostra e l’altrui salute lo è altrettanto. Nel 2014 gli italiani sono diventati più sensibili e meglio informati su malattie, farmaci e terapie. Lo spiega il Censis, che rende i noti i dati del Monitor Biomedico 2014, un’indagine sui comportamenti e le aspettative degli italiani rispetto alla salute.

Nel 2014 la percentuale di cittadini che dichiara di tenersi informata su questioni legate alla sanità e alla medicina è il 70,9%: l’11% in più rispetto al 59,7% del 2012. A interessare non sono soltanto i casi personali (39,1%) ma anche  i temi della croanaca e dell’attualità medica in generale (42,6%).

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Scuola e omosessualità, la lettera che imbarazza la Curia di Milano

Diritto di Scelta

duomoUna lettera, un censimento e una smentita. Tre indizi di un giallo che in poco meno di ventiquattro ore è già stato risolto. Siamo a Milano dove una settimana fa la Curia ha spedito ai circa 6.102 insegnanti di religione una lettera per “censire” le scuole in cui si tengono corsi o inziative volte a sensibilizzare i ragazzi al tema dell’omosessualità. Una missiva che – nelle intenzioni dell’arcidiocesi di Milano – avrebbe dovuto rimanere riservata. E che invece, grazie alla mediazione di una “gola profonda” in possesso delle credenziali per accedere al sito su cui è stata pubblicata la lettera, è arrivata sulla scivania della redazione milanese del quotidiano La Repubblica. La diffusione del contenuto ha scatenato le reazioni di tutte i circoli e le formazioni Lgbt. L’associazione radicale Certi Diritti ha inviato un esposto al ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, alla delegata alle Pari opportunità del governo, Giovanna Martelli, all’Ufficio…

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Smith & Wesson, il tuffo di Baricco nelle cascate del Niagara ( a vent’anni da Novecento)

cascate-del-niagara-usa-canadaAspettavo l’arrivo del treno alla stazione di Porta Garibaldi,  Milano. Come ogni volta in cui arrivo in anticipo, decido di “fare un giro” alla Feltrinelli: “ma questa volta non compro nulla”, mi sono ripetuto quasi convincendomi,  “ne ho già da leggere”. Nello scaffale all’entrata vedo poi “Smith & Wesson” di Alessandro Baricco. Ripenso allo scaffale nella mia provvisoria libreria, no questo titolo proprio non c’è eppure di Baricco sono un lettore attento.

Circa un’ora e mezzo più tardi, anche qualcosa in più, sono alla stazione di Santa Maria Novella, a Firenze. Il libro è nella valigia. Non ci sono le classiche “orecchie” né alcuna pieghe. E’ ancora nuovo. Ma le sue parole sono già tutte nella mia mente, ripercorro fotograficamente i volti dei tre protagonisti (Smith, Wesson e Rachel) così come me li sono immaginati. Rachel, in particolare, per me ha i capelli ricci e rossi.

Mentre mi dirigo verso la fermata dell’autobus ripenso ad alcune frasi del libro, i dialoghi di quest’operetta teatrale (due atti, cento pagine) che Baricco ci consegna a venti anni dal monologo Novecento. Lo stile è lo stesso di sempre, così come i personaggi che rispecchiano, per le loro idee folli, per i loro progetti strampalati e geniali in quelli dei precedenti libri di Baricco. In Smith c’è un po’ del pittore Plasson, che in Oceano Mare dipingeva il mare con il mare e nel sogno di Rachel la voglia di grandezza e i desideri di Dann Rail in Castelli di rabbiaSmith-Wesson-Baricco

Cascate del Niagara, 1902, follia, immaginazione, coraggio, fallimento e amicizia.  “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”, diceva la voce narrante di Novecento. Ecco: quella di Smith, Wesson e Rachel è di sicuro una buona storia da leggere e su cui riflettere.

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Quanto vale il lavoro di un direttore? Per il Comune di Campi 50 euro lorde

ImmagineQuanto vale il lavoro di un direttore responsabile di un periodico di un’amministrazione pubblica? Secondo il Comune di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, 50 euro lorde a pubblicazione da pagare con partita Iva. A tanto ammonta infatti il compenso fissato per il vincitore di un bando comparativo pubblicato ieri sul sito web dell’amministrazione  per “l’affidamento di un incarico professionale esterno con partita I.V.A., per lo svolgimento di attività di direttore responsabile del foglio informativo del Comune di Campi Bisenzio”. “Nell’ipotesi che venga affidato l’incarico – si legge nel bando – lo stesso avrà durata dalla data di sottoscrizione del disciplinare fino al 31 dicembre 2015 […] L’importo previsto per l’incarico ammonta a 50 euro al lordo delle ritenute fiscali a numero pubblicato”. La mansione, specifica il bando, sarà svolta fuori dagli Uffici del Comune e “con le attrezzature del professionista incaricato”.
“Una retribuzione inadeguata – denuncia Angelo Hu, consigliere comunale di Sel che lancia la polemica – diverse volte più bassa rispetto all’equo compenso, per un incarico che comporta responsabilità e richiede competenze specifiche da parte di chi lo svolge”. “Nel bando – spiega Hu – non sono specificate nè il numero di uscite né il tipo di contributo che il direttore dovrà dare in concreto”. Il periodico si chiama “DiSegno Comune” e, secondo alle pubblicazioni passate e conservate negli archivi on line, ha un’uscita mensile con circa 25-30.

 

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