Siamo davvero tutti Charlie Hebdo?

charlie-hebdodi GERARDO ADINOLFI

A chi è interessato veramente ciò che è successo in Francia? Chi si è indignato per la strage di Parigi? Chi è davvero Charlie Hebdo? La riflessione nasce durante una conversazione con un’amica. Una di quelle con cui puoi parlare di tutto, dalla ricetta della faraona con patate ai cambiamenti geopolitici del nuovo millennio. E lo spunto sono state le nostre bacheche Facebook invase dai cartelli “Je suis Charlie”, da post di solidarietà, di preoccupazione e di analisi di quanto stava succedendo a Parigi. Dagli articoli postato o semplicemente dall’interruzione della routine quotidiana della timeline in segno di rispetto.

A chi è interessato veramente quello che è successo in Francia, quindi? Non a tutti. Anzi, solo ai soliti (ig)noti. Non facciamoci influenzare dai 2 milioni di francesci scesi in piazza domenica. E’ la folla dei grandi eventi, quella che non si ripresenta se la stessa manifestazione fosse ripetuta magari a 4 mesi di distanza, quando ormai l’indignazione, la rabbia e la mente hanno già trovato o dovuto trovare altro per espriremere il proprio sdegno. E non facciamoci influenzare dalle manifestazioni spontanee nate in tante città italiane, da Roma a Firenze a Bologna a Milano. A scendere in piazza sono sempre i “pochi”. Cittadini attivi, che leggono i giornali, informati, dotati di un’etica tale da comprendere quando è il momento di agire. Anche solo simbolicamente. E gli altri?

“Ho i miei amici di Facebook delle elementari e delle medie che sono la cartina al tornasole – mi dice la mia compagna di discussioni – gente con cui non ho più nulla in comune se non aver frequentato la stessa classe anni e anni fa e che ora hanno tutt’altra vita rispetto a me, che se ne fregano della politica, che non hanno messo nessun cartello per Je suis Charlie, che non hanno fatto post in tema, che hanno continuato con i loro argomenti leggeri da Facebook”.

Chi si identifica allora, per davvero, in Charlie Hebdo? Tutte le persone si rispecchiano e hanno appreso il messaggio che una piccola parte della società civile ha voluto mandare?Ci sono esempi che proverebbero il contrario come un mio contatto che ieri mi ha chiesto in un messaggio privato: “Ma chi è poi questo Charlie?” E allora mi chiedo? “Noi, da giornalisti, facciamo bene il nostro lavoro? E quale è il confine tra chi deve avere l’obbligo di informare in modo corretto tutti e chi invece non vuole, semplicemente, essere informato?

“C’è un mio amico di Fb  che in quei giorni era a Parigi ad una fiera di settore – mi dice invece  la mia interlocutrice – e postava immagini di ragazze più o meno svestite, tutti sorridenti come se nulla fosse, come se fossero in un altro mondo”. “Noi ci guardiamo intorno tra i nostri simili (cioè tra persone che lavorano e vivono di informazione) – mi dice – e viene facile pensare che tutto il mondo è con noi e come noi. Invece non è così”.  Tutto regolare, sia chiaro. The show must go on.

Voi, cosa ne pensate?

 

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Informazioni su GerardoAdinolfi

Gerardo Adinolfi è nato nel 1987, è giornalista professionista da dicembre 2011 e lavora per Repubblica, a Firenze. Ha scritto un libro sul giornalismo investigativo "Dentro l'inchiesta" e l'ebook sulle croniste minacciate "La donna che morse il cane". Collabora con Ossigeno per l'Informazione, l'osservatorio sui cronisti minacciati diretto da Alberto Spampinato
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