Il giornalismo non è (solo) passione

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di Gerardo Adinolfi

Diffidate da chi vi dice che il buon giornalismo c’è quando c’è passione. Il buon giornalismo c’è quando alla passione è accompagnata una retribuzione economica. Non sono certo uno di quelli che crede che i soldi facciano la felicità, ma di sicuro, oggi, possono aiutare. Per due questioni fondamentali: una mentale, l’altra tecnica.

Prima di tutto non c’è giornalista più libero di chi non è costretto ad essere sotto ricatto. E per sotto ricatto intendiamo la condizione di precariato permanente che i giornalsti oggi si trovano a vivere, la possibilità di essere mandati via senza neanche il minimo preavviso e il ricatto mentale che mina la serenità, la voglia di futuro, la semplice progettazione di una vita all’interno e all’esterno del giornalismo.

E poi c’è il lato tecnico, spesso sottovalutato. “Il futuro del giornalismo è dei nativi digitali”, si dice. Ma essere nativi digitali spesso non basta: ci vogliono gli strumenti adatti. Oggi il giornalismo è fatto di video, foto, grafica e social network. Di un continuo aggiornamento sia delle competenze ma anche dei mezzi: iPad, smartphone, videocamere, droni che costano molto di più dei vecchi taccuini con penna. Costringere un giornalista a lavorare per i famosi 2 euro a pezzo, o per “passione” significa limitarne le potenzialità, circondare entro limiti ben precisi le sue competenze, sottovalutare le sue potenzialità di espressione.

Dagli incontri del recente Festival del Giornalismo di Perugia che si è appena concluso resta una frase, che ha aperto il dibattito tra aspiranti, presunti e affermati giornalisti.A dirla è stata il direttore de Il Post Luca Sofri durante un panel:

“Io non credo che il lavoro debba essere pagato – ha detto Sofri –  Io credo che qualunque tipo di lavoro possa conoscere anche delle retribuzioni, delle soddisfazioni più varie che non sono necessariamente monetizzate. Trovo bizzarro che noi stesso che andiamo dicendo che la nobiltà del nostro lavoro deriva da altri fattori, come il servizio alla comunità o la qualità dell’informazione, poi pretendiamo allo stesso tempo che questi aspetti vengano quantificati in sistemi economici e monetari? No, esistono quantità di altre motivazioni e occasioni in cui possiamo liberamente lavorare gratis senza sentirci sfruttati. Anche io, qui, al Festival del giornalismo, lavoro gratis”.

Parole forse provocatorie che hanno raggiunto lo scopo dichiarato di Sofri, cioè quello di gettare uno spunto per far proseguire il dibattito anche oltre la sala del Festival. Si può essere più o meno d’accordo con quanto affermato da Sofri. Quello che è certo è che il giornalismo regala soddisfazioni che vanno sicuramente oltre quelle economiche (anche perché se se ci si soffermasse all’aspetto economico ci sarebbe da piangere). Ma è anche vero che il giornalismo non è passione (o non solo). Non è volontariato. Per quanto mi riguarda il giornalismo ha smesso di essere un hobby da quando ho deciso di investire la mia vita in questo campo con soldi, tempo, gastriti e cambiamenti. Ciò non significa che la passione non mi spinga a lavorare anche oltre il dovuto, o a sacrificare domeniche, giorni liberi, amici non per vedere la mia firma su un giornale ma per una sorta di “etica” nei confronti di chi si aspetta di essere aggiornato. Per un evento come il Festival del Giornalismo lavorerei anche io gratis, così come lavorerei gratis per delle cause che mi stanno a cuore o così come dedico volentieri il mio tempo libero per l’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione che si occupa di raccontare i casi di giornalisti minacciati.

Tutto questo, però, è possibile soltanto se ogni fine mese ci arrivi quello stipendio che, pur non rispecchiando le nostre aspettative, ci permetta almeno di guardare negli occhi il padrone di casa e con aria meno minacciosa  le bollette dell’acqua e del gas-

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Informazioni su GerardoAdinolfi

Gerardo Adinolfi è nato nel 1987, è giornalista professionista da dicembre 2011 e lavora per Repubblica, a Firenze. Ha scritto un libro sul giornalismo investigativo "Dentro l'inchiesta" e l'ebook sulle croniste minacciate "La donna che morse il cane". Collabora con Ossigeno per l'Informazione, l'osservatorio sui cronisti minacciati diretto da Alberto Spampinato
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