Due moto, e un lenzuolo bianco

Due moto stese a terra: uno scooter grigioLuci di notte chiaro e l’altra, di cilindrata superiore, nera. Al centro, come in uno strano triangolo, un lenzuolo bianco che ricopre per intero il corpo senza vita di un uomo. Un bianco puro, senza alcuna macchia di sangue, che spicca nel buio della foto illuminata solo dalla luce fioca dei lampioni a bordo strada e dai fari delle auto che passano in lontananza. In quel tratto di strada il tempo si è fermato, il rumore del traffico è scappato via all’improvviso non appena quel botto, fragoroso, tremendo, assassino, si è impossessato dello spazio circostante, ha costretto chi era in casa ad aprire le finestre per vedere cosa fosse successo, ha spinto qualcuno a fermarsi e prestare aiuto, altri ad andar via prima di restare imbottigliati. Ora in quel tratto di città c’è silenzio, le sirene dell’ambulanza lampeggiano ammutolite. A terra il lenzuolo bianco lascia intravedere le forme del corpo dell’uomo. Aveva 61 anni, e a bordo del suo scooter stava tornando a casa ma quella strada non finirà mai di percorrerla. Resterà lì, a terra. Anche quando la salma sarà spostata, le ambulanze saranno andate via, il nastro della scientifica sarà rimosso e su quell’asfalto torneranno a passare, noncuranti, automobili, scooter e pedoni.

Ho guardato la fotografia per parecchi minuti, sottraendo tempo al mio lavoro.  “Il miglior giornalista del mondo è colui che prova empatia verso le cose che racconta”, ha detto Doree Shafrir, executive editor di BuzzFeed durante un incontro al Festival Internazionale del giornalismo, a Perugia. Non so se essere d’accordo fino in fondo con questa affermazione. A volte le storie devi lasciarte scorrere addosso, devi fare in modo che non si impossessino di te per raccontare nella maniera più obiettiva possibile. Mi trovo spesso a scrivere di notizie come questa della foto. Incidenti stradali, scontri tra auto e moto. Vittime della strada che non torneranno più a casa. Vedi scorrere fatti e nomi tra i comunicati della polizia, nelle notizie d’agenzia, o nella voce di qualcuno che ti avvisa: “C’è stato un incidente sul viale, c’è un uomo a terra in una pozza di sangue”. E allora corri, scrivi, telefoni, titoli, correggi, verifichi. L’articolo è pronto, lo pubblichi e passi avanti, ad una nuova notizia. Spesso dimenticandoci che dietro ogni notizia c’è una storia, una vita, un uomo, una donna, una famiglia in lacrime, un figlio che aspetta che il padre ritorni per la cena. E allora forse questo vuol dire empatizzare con ciò che si racconta. Dare quella notizia non solo per essere il più veloce, o il primo ad averla avuta. Ma scriverla per far riflettere chi legge a pensare: “Anche mio figlio mi aspetta per la cena, ma meglio che attenda un minuto in più che tutta la vita”. E che in quell’istante levi il piede, o la mano, dall’acceleratore.

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Informazioni su GerardoAdinolfi

Gerardo Adinolfi è nato nel 1987, è giornalista professionista da dicembre 2011 e lavora per Repubblica, a Firenze. Ha scritto un libro sul giornalismo investigativo "Dentro l'inchiesta" e l'ebook sulle croniste minacciate "La donna che morse il cane". Collabora con Ossigeno per l'Informazione, l'osservatorio sui cronisti minacciati diretto da Alberto Spampinato
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