I clan all’assalto dell’Emilia Romagna

In attesa delle nuove presentazioni di Dentro l’inchiesta (a Perugia il 13 aprile al Festival Internazionale del Giornalismo) l’autore Gerardo Adinolfi ha iniziato una collaborazione con la redazione emiliana de Il Fatto Quotidiano. Ecco un articolo, pubblicato il 21 marzo, sui beni confiscati e sulle mafie in Emilia Romagna.

da Il fatto Quotidiano, di Gerardo Adinolfi

Sono 107 i beni confiscati alla criminalità organizzata in Emilia Romagna. Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia Nazionale l’Emilia Romagna si colloca all’ottavo posto, dopo Sicilia, Campania, Calabria, Lombardia, Puglia, Lazio e Piemonte nella classifica dei beni confiscati a Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta. Cifre lontane dai 4.971 beni confiscati in Sicilia, ma che, secondo il responsabile regionale di Libera. Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie Daniele Borghi, “testimoniano che la mafia in regione c’è, ed è visibile”.

Tra le provincie con più beni confiscati c’è Bologna. Sono 38 ( 20 immobili e 18 aziende) le confische effettuate nel territorio bolognese. Terreni edificabili, garage, ma soprattutto appartamenti situati in provincia, a Pianoro e Gaggio Montano, ma anche in pieno centro.

Sotto le due Torri ci sono nove immobili e 13 aziende confiscate. Cinque appartamenti, un garage ed un locale generico di proprietà di Giovanni Costa, imprenditore siciliano giunto a Bologna nel 1993 e condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per riciclaggio aggravato. A Giovanni Costa, che è in attesa della sentenza di appello che potrebbe capovolgere la condanna in assoluzione poiché non sono del tutto accertati i collegamenti tra Costa e Cosa Nostra, sono stati confiscati cinque appartamenti, un garage ed un locale generico.

Un appartamento si trova in via Galliera, un altro in via Santa Margherita, quattro in via Antonio Aldini ed uno, ironia della sorte, nella Galleria Falcone e Borsellino. A due passi dalla Questura. Tutti i beni sequestrati a Costa sono ancora sotto la gestione dell’Agenzia Nazionale, rivela un dossier dell’associazione Rete No Name sui beni confiscati.

“Su tre di essi”, si legge nel dossier, “grava un’ipoteca, il che rende molto difficile, se non impossibile, il riutilizzo del bene, data l’insostenibilità economica dell’operazione. Le ipoteche sono a favore delGruppo bancario San Paolo di Torino, della Cassa di risparmio di Fano e della società Gest Line Spa“. L’unico appartamento non appartenente a Giovanni Costa è anche il solo ad essere stato assegnato per riutilizzo sociale. Si tratta di un immobile confiscato Nunzio Valora e Viorica Bernazed oggi destinato al Ministero della Giustizia.

Delle 13 aziende confiscate a Bologna ben 11 sono di proprietà dello stesso Costa, una di Gerardo Cuomo (al quale sono stati confiscati i beni di Pianoro) e una di Rosario Giordano. Si tratta nella maggior parte dei casi di società a responsabilità limitata. C’è la Costa assicurazioni, la Costa immobiliare e la Costa costruzioni con sede nel bene di via Galliera. L’Immobiliare Sviluppo, con sede in via Massimo D’Azeglio e la Cofin spa di via Altabella.

La panoramica completa sui beni confiscati, ma anche sul racket e l’usura nel territorio emiliano-bolognese sarà fornita nell’incontro conclusivo della giornata del 21 marzo organizzata a Bologna da Libera, Avviso Pubblico, Arci, Rete No Name ed altre realtà antimafia del territorio. Alle 21 a Vicolo Bolognetti, alla presenza del Procuratore capo Roberto Alfonso, Bianca La Rocca di Sos impresa eAntonio Martelli della Regione Emilia Romagna, saranno resi noti i dossier elaborati da No Name e Libera su beni confiscati e racket. Le iniziative per il 21 marzo, giornata nazionale della memoria e dell’impegno nel ricordo delle vittime delle mafie, erano iniziate già in mattinata con un corteo organizzato tra le strade del centro.

“Pronunciare i nomi delle oltre 800 vittime della mafia, in piazza qui a Bologna, è un evento importantissimo per la città e per la lotta alle mafie”. Sono le parole con cui Antonio Monachetti, responsabile di Libera Bologna, l’associazione antimafia creata da don Luigi Ciotti, ha concluso la prima parte della giornata Civica Libera, oggi, organizzata nel Giorno della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie.

Sono state un centinaio le persone, soprattutto studenti degli istituti superiori bolognesi, che hanno partecipato al corteo, partito da piazza Verdi e conclusosi in piazza del Nettuno. Cento passi separavano Peppino Impastato, giornalista ucciso da Cosa Nostra, dal boss di Cinisi Tano Badalamenti. Per più di cento passi, invece, hanno sfilato in corteo ragazzi delle scuole, ex partigiani dell’Anpi, membri dei sindacati e della società civile. In piazza del Nettuno gli studenti hanno pronunciato i nomi delle vittime della mafia, e lanciato il loro appello affinché la si combatta, e non la si faccia entrare nel tessuto sociale ed economico bolognese. “La mafia è omertà, è il silenzio che ci circonda ed è fondata sull’opportunismo”, afferma dal palco uno studente del liceo Copernico, “e il nostro compito è abbattere questa piramide di corruzione”.

“La mafia a Bologna c’è, e non è neanche tanto invisibile”, ha dichiarato Daniele Borghi, responsabile regionale di Libera. “Si pensi ai mercati della prostituzione, della droga e alle infiltrazioni nel mondo dell’edilizia”. “E’ la prima volta che Bologna ha organizzato un evento per il 21 marzo, continua Antonio Monachetti tra bandiere di Libera e banchetti con i prodotti dei campi di lavoro creati nei beni confiscati, “e lo abbiamo fatto collaborando con le scuole, perché il nostro compito è educare all’antimafia”. Sensibilizzare l’opinione pubblica, “far capire che le mafie non sono solo al Sud e che l’Emilia Romagna non è un’isola felice” è anche l’obiettivo della Rete No Name. “Ci aspettavamo una presenza maggiore da parte della società civile”, ha affermato Giulia di Girolamo, ma siamo soddisfatti della presenza di così tanti ragazzi”.


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Informazioni su GerardoAdinolfi

Gerardo Adinolfi è nato nel 1987, è giornalista professionista da dicembre 2011 e lavora per Repubblica, a Firenze. Ha scritto un libro sul giornalismo investigativo "Dentro l'inchiesta" e l'ebook sulle croniste minacciate "La donna che morse il cane". Collabora con Ossigeno per l'Informazione, l'osservatorio sui cronisti minacciati diretto da Alberto Spampinato
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