Giornalisti bersaglio della mafia

un mio post su Intervistato.com

A Marilù Mastrogiovanni hanno rubato i computer della redazione, l’hanno minacciata, intimidita. Le hanno ucciso alcuni cuccioli di cane e querelata. Un processo durato otto anni da cui è uscita, poi, assolta.

Marilena Natale, invece, è stata spintonata, malmenata, offesa. Le hanno incendiato l’auto e sparato due colpi di pistola dall’alto sul tettuccio. Una mattina, poi, la figlia di Michele Albanese, all’uscita della scuola, si rivolse al padre con il viso quasi in lacrime: “Papà che significa ‘mpamu, un mio compagno di scuola mi ha detto che lui non parla con i figli di ‘mpamu”. ‘Mpamu, in dialetto calabrese, significa infame, vile, traditore. Ed è l’appellativo con cui gli uomini della ‘ndrangheta apostrofano i giornalisti che con le loro inchieste “danno fastidio” ai loro affari illeciti.

Marilù, Marilena e Michele sono tre cronisti. Tre tra i 1393 giornalisti minacciati in Italia dal 2006 ad oggi. Un numero impressionante, che aumenta di giorno in giorno e che viene monitorato da Ossigeno per l’Informazione, l’osservatorio diretto da Alberto Spampinato che si occupa di raccontare le storie dei giornalisti intimiditi, di offrire sostegno, vicinanza e supporto. Alberto è fratello di Giovanni Spampinato, giornalista de L’Ora di Palermo ucciso dalla mafia nel 1972, a Ragusa. A condannare a morte Giovanni erano stati i suoi articoli, che facevano luce su uno strano omicidio compiuto dal figlio di un noto magistrato di Ragusa. Giovanni era stato l’unico a scriverlo, e per questo è stato punito.

Così come Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Carlo Casalegno, Peppino Impastato, Mario Francese, Walter Tobagi, Pippo Fava, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Beppe Alfano. Undici cronisti uccisi dalle mafie e dal terrorismo. Nove in Sicilia, uno in Campania, Piemonte e Lombardia. Dal 1993 la mafia non ha più ucciso. Ma i quasi 1400 cronisti minacciati in 7 anni dimostrano che le intimidazioni, e i tentativi di ridurre al silenzio l’informazione non sono affatto finiti.

Potrei raccontare le storie di Ester Castano, giornalista ventiduenne della provincia milanese perseguitata per un anno da querele pretestuose e tentativi di zittire il suo lavoro. O di Leonardo Orlando, cronista de La Gazzetta del Sud a cui è stata incendiata, nelle scorse settimane, la sua automobile durante la notte. E poi ci sono i nomi più noti: Rosaria Capacchione, Lirio Abbate, Giovanni Tizian, Roberto Saviano costretti a vivere sotto scorta per aver osato scoprire, scrivere, raccontare e denunciare. Storie diverse ma tutte uguali, un elenco infinito (qui la tabella di Ossigeno in continuo aggiornamento) di giornalisti che fanno solo il proprio lavoro e niente di più. Ma che per questo vengono minacciati.

Ed è a questi giornalisti che io penso quando immagino l‘informazione italiana. Da giornalista, e da lettore, non vorrei mai aver visto dei colleghi rincorrere un leader politico sulla spiaggia sperando in una battuta o dei reporter intervistare un bambino di 11 anni, figlio dell’uomo che ha sparato contro due carabinieri all’esterno di Palazzo Chigi. Tutto in nome del “Dio Scoop”. Ma cosa è, poi davvero, uno scoop?

L’Italia è al 57esimo posto nella classifica sulla libertà di stampa di Reporter Sans Frontieres. Dopo Ungheria e Moldavia, Botswana e Sudafrica. C’è bisogno di ossigeno, di giornalismo puro, di leggi e di una spinta che provenga dal basso. Dai lettori, che devono richiedere e pretendere il loro diritto ad una libera, corretta e non sensazionalistica informazione. E da noi giornalisti, soprattutto, per non scendere sempre più in basso e per ridare aria pulita alla nostra categoria. C’è giornalismo e giornalismo; bisogna solo scegliere da che parte stare.

Gerardo Adinolfi | @gerryadi

 

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D’Alia, dall’ammazza Internet alla semplificazione

D-ALIA

Foto gianpierodalia.it

Lo ammetto. Non riuscivo a ricordare per cosa fosse diventato noto alle cronache il nuovo ministro della pubblica amministrazione e semplificazione Gianpiero D’Alia. Ricordavo il cognome, ricordavo fosse un parlamentare ex Udc, ora Scelta Civica ma proprio non ricordavo dove, e quando, l’avevo già sentito. Ti nominano Alfano nuovo ministro degli Interni e subito pensi al famoso Lodo Alfano,  ti nominano Beatrice Lorenzin alla Salute e subito ti viene in mente…no nulla, non mi viene in mente nulla. D’Alia, però, da qualche parte dovevo pur averlo sentito.

Ministro della pubblica amministrazione e semplificazione, ministero neanche poco importante vista la complessità del tema. Banda larga, posta certificata, Internet, tutti argomenti all’ordine del giorno in quel ministero. Ricerco su Internet: Google- D’Alia- Wikipedia:

Il 5 febbraio 2009, durante la seduta n. 143 del Senato della Repubblica, l’On. Gianpiero D’Alia ha promosso e ottenuto l’inserimento di un emendamento (Art. 50-bis, poi art. 60) nel disegno di legge 733 (cosiddetto “Decreto Sicurezza”) da presentare alla Camera, nel quale si sancisce la Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet”.[3]

Secondo D’Alia, in caso di apologia o istigazione a delinquere a mezzo internet,

« in presenza di questi contenuti il ministero diffiderà il gestore, e questi avrà due possibilità: o ottemperare e quindi cancellare questi contenuti oppure non ottemperare. Se non ottempera diventa complice di chi inneggia a Provenzano e Riina e quindi è giusto che venga oscurato[4]»

Ah ecco, Gianpiero D’Alia è l’onorevole che nel 2009 propose la famosa legge “ammazza Internet”, l’emendamento che minacciava parecchio la libertà della rete.

E allora buon governo, Pd(l). E, semplicemente, speriamo bene.

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Due moto, e un lenzuolo bianco

Due moto stese a terra: uno scooter grigioLuci di notte chiaro e l’altra, di cilindrata superiore, nera. Al centro, come in uno strano triangolo, un lenzuolo bianco che ricopre per intero il corpo senza vita di un uomo. Un bianco puro, senza alcuna macchia di sangue, che spicca nel buio della foto illuminata solo dalla luce fioca dei lampioni a bordo strada e dai fari delle auto che passano in lontananza. In quel tratto di strada il tempo si è fermato, il rumore del traffico è scappato via all’improvviso non appena quel botto, fragoroso, tremendo, assassino, si è impossessato dello spazio circostante, ha costretto chi era in casa ad aprire le finestre per vedere cosa fosse successo, ha spinto qualcuno a fermarsi e prestare aiuto, altri ad andar via prima di restare imbottigliati. Ora in quel tratto di città c’è silenzio, le sirene dell’ambulanza lampeggiano ammutolite. A terra il lenzuolo bianco lascia intravedere le forme del corpo dell’uomo. Aveva 61 anni, e a bordo del suo scooter stava tornando a casa ma quella strada non finirà mai di percorrerla. Resterà lì, a terra. Anche quando la salma sarà spostata, le ambulanze saranno andate via, il nastro della scientifica sarà rimosso e su quell’asfalto torneranno a passare, noncuranti, automobili, scooter e pedoni.

Ho guardato la fotografia per parecchi minuti, sottraendo tempo al mio lavoro.  “Il miglior giornalista del mondo è colui che prova empatia verso le cose che racconta”, ha detto Doree Shafrir, executive editor di BuzzFeed durante un incontro al Festival Internazionale del giornalismo, a Perugia. Non so se essere d’accordo fino in fondo con questa affermazione. A volte le storie devi lasciarte scorrere addosso, devi fare in modo che non si impossessino di te per raccontare nella maniera più obiettiva possibile. Mi trovo spesso a scrivere di notizie come questa della foto. Incidenti stradali, scontri tra auto e moto. Vittime della strada che non torneranno più a casa. Vedi scorrere fatti e nomi tra i comunicati della polizia, nelle notizie d’agenzia, o nella voce di qualcuno che ti avvisa: “C’è stato un incidente sul viale, c’è un uomo a terra in una pozza di sangue”. E allora corri, scrivi, telefoni, titoli, correggi, verifichi. L’articolo è pronto, lo pubblichi e passi avanti, ad una nuova notizia. Spesso dimenticandoci che dietro ogni notizia c’è una storia, una vita, un uomo, una donna, una famiglia in lacrime, un figlio che aspetta che il padre ritorni per la cena. E allora forse questo vuol dire empatizzare con ciò che si racconta. Dare quella notizia non solo per essere il più veloce, o il primo ad averla avuta. Ma scriverla per far riflettere chi legge a pensare: “Anche mio figlio mi aspetta per la cena, ma meglio che attenda un minuto in più che tutta la vita”. E che in quell’istante levi il piede, o la mano, dall’acceleratore.

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Perché andare al Festival Internazionale del Giornalismo?

Arianna Ciccone, foto da fanpage.it

Sì è vero, ci sono i nomi più importanti del giornalismo internazionale. E poi i dibattiti, workshop e keynote speech sugli argomenti più di attualità. Dal data journalism al fact checking all’uso di Twitter da parte dei giornalisti. Parole e istruzioni per l’uso, conversazioni (amichevoli e non) e protagonisti del nostro tempo. Discussioni e argomenti assolutamente da non perdere per chi vive, sopravvive, si nutre e non può fare a meno di informazione, giornalismo e di scoprire quali siano le dinamiche, le storie e le voci di chi ha il compito, bellissimo e pieno di responsabilità, di raccontare il mondo.

Sì, è vero, a Perugia dal 24 al 28 aprile nel Festival Internazionale del Giornalismo c’è tutto questo. Sette anni di esperienza, e di crescita continua, lo dimostrano. Da Harper Reed a Ezio Mauro, da Riccardo Iacona a Bill Emmott. Sfogliando il programma del Festival si fa prima a chiedersi “chi non c’è” quest’anno, piuttosto che il contrario. Ci sono i giovani e i meno giovani, i digitali e i meno digitali, quelli che hanno già dato e quelli che hanno ancora tanto da dare.

Sì è vero, a Perugia è impossibile mancare se si è appassionati, fanatici, curiosi, ingordi divoratori di informazione o semplicemente cittadini che vogliono vivere il mondo globale. E magari tornare a casa, a sera, con una foto ricordo e un autografo da mostrare agli amici.

Sì è vero, per me che sono giornalista andare al Festival è un modo per aggiornarsi, partecipare a dibattiti in cui sono ferrato e imparare da colleghi del settore a sviluppare argomenti in cui lo sono di meno (perché essere giornalisti non significa sapere tutto, ma essere curiosi di sapere).

Sì è vero, ci sono tanti motivi che potrei elencare per spiegare perché quest’anno riandrò al Festival (da semplice spettatore dopo essere stato, nelle scorse edizioni prima volontario e poi ospite). E uno di questi non ha nulla a che vedere con la formazione, il giornalismo o la professione.

Ritorno a Perugia per rivedere quegli occhi pieni di passione e amore  di Arianna Ciccone, l’ideatrice del Festival. Quegli stessi occhi che mi hanno accolto con un sorriso e un abbraccio quando per me, studente alle prese con una tesi sul giornalismo investigativo e antimafia, il giornalismo era ancora un miraggio che sembrava impossibile. E’ in quello sguardo che da allora io identifico il giornalismo, o almeno la parte più bella e sincera.

Ps Qui la storia di Arianna e Chris, raccontata da Anna Masera su La Stampa

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Solo i treni hanno la strada segnata

L'ex ferrovia Asciano-Monte Antico sul Monte Amiata, in Toscana

L’ex ferrovia Asciano-Monte Antico sul Monte Amiata, in Toscana http://www.ferrovieabbandonate.it

“E così, quando è finita, ti trovi al bancone di una specie di Virgin Megastore e un’eterea commessa ti mette in mano un Life Pod. È praticamente uguale ad un iPod, ma non contiene musica, contiene giorni. Non diecimila, sette soltanto. Ai dannati lo consegnano nero e pre-compilato. Archiviano il peggio della vita e gliela fanno rivivere come una settimana eterna: quando sono stati scoperti, quando hanno pagato e, ovviamente, quando sono morti. All’infinito.
Le persone medie rivivono una sequenza di giornate trascurabili: pioggia durante una vacanza al mare, un sabato in famiglia, uno 0 a 0 allo stadio.
È ai migliori, soltanto a loro, che viene concesso di scegliere, possono scaricarsi la playlist della vita.
Eccoti quindi lì con la tua scatoletta bianca davanti alla macchina dove è racchiuso il calendario della tua esistenza. Devi solo scegliere le date, i giorni perfetti.
Dipende da te: vuoi soltanto l’ultimo amore, o un po’ di tutti quelli che hai avuto? Potrai vivere ogni giorno senza consapevolezza dell’infinita ripetizione, ogni gioia sarà intatta.
Allora, che cosa metti dento?
Se hai il Life Pod bianco significa che non hai vissuto invano, qualcosa devi pure aver imparato. Infatti chiedi se puoi collegare il tuo Life Pod all’altro programma, al Life Tunes che scarica giorni nuovi, mai vissuti, quali che siano.
Perché il paradiso vedi, è solo qualcosa di mai provato prima!”

Gabriele Romagnoli, “Solo i treni hanno la strada segnata” (Mondadori).Ho conosciuto questo libro per caso, leggendo il titolo su un post it. L’ho cercato, non più per caso. E lo consiglio, con decisione.

Ps Solo i treni hanno la strada segnata. Ma molte ferrovie, in Italia, sono dimenticate, trascurate, abbandonate. Qui una gallery e un mio articolo per Repubblica

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La cultura non ce l’ha fatta

Ieri sono entrato in una libreria, e mi sono perso. Uno smarrimento felice, non di quelli che ti costringono a cercare la strada di casa, o a tentare di buttar giù, senza successo, due parole nella lingua del posto agitando le mani, come a dire, “ma come fai, tu, a non capirmi”.

Perdersi tra gli scaffali, respirare il profumo dei libri, vagare senza meta tra i settori: narrativa, poesia, saggistica, letteratura straniera. Quando mi sono reso conto di quanto tempo era trascorso mi sono accorto anche di avere quattro libri in mano, ognuno, a suo modo, importante. Libri che mi avevano scelto, e non io loro, che erano balzati alla mia vista distinguendosi tra tanti simili. Non meno importanti, ma soltanto non adatti in quel momento. Magari passi decine e decine di volte davanti a “quello” scaffale in cerca di “quel” libro ma lui sbuca all’improvviso, quando sente che il momento è adatto. E farà finta che sia tu ad averlo scelto, lasciandoti la facoltà di raccontare agli amici: “Ho scoperto proprio un bel libro”, quando invece è stato lui a lasciarsi scoprire. Dovrebbero dedicare una giornata alla bellezza senza tempo delle librerie. Organizzarci gite con le scuole, portarci i bambini fin da piccoli per abituarli. E invece, le librerie, chiudono.

Mortificate dall’immediatezza degli store online, schiacciate tra affitti troppo alti e cali nelle vendite, vittime della stretta creditizia e delle grandi catene che hanno tutto, e attirano tutti. Le librerie chiudono, in Italia e non solo. Negli Stati Uniti Barnes & Nobles chiuderà un terzo delle librerie nel prossimo decennio. Nel nostro paese la situazione è forse anche peggiore. A Milano, già nel 2009, aveva chiuso la storica libreria Porta Romana, dopo 32 anni di attività. A Firenze, in sei mesi, sono state chiuse la libreria del Porcellino, la Marzocco, la Edison e, da fine maggio, anche la Libreria dei Servi.

Tutti colpiti dallo stesso virus, dalla stessa malattia senza vaccino e che solo lo Stato, con sgravi fiscali e vantaggi anche per le piccole librerie, potrebbe arginare. «Siamo andati controcorrente aprendo in un periodo di crisi – ha raccontato a Repubblica Firenze Massimiliano Chiari, il titolare della Libreria dei Servi di Firenze che chiuderà dopo solo tre anni e mezzo di attività – Siamo stati anacronistici ma speravamo di farcela. E invece.»

E invece, ancora una volta, la cultura non ce l’ha fatta.

da Intervistato.com

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Tav, la solita storia italiana

Il cantiere Tav a Firenze (Foto La Repubblica Firenze)

La cattiva notizia è che la procura di Firenze, come hanno raccontato i quotidiani, ha indagato 31 persone, in tutta Italia, per truffa, corruzione, smaltimento abusivo di rifiuti e associazione a delinquere nell’inchiesta sulla costruzione dell’alta velocità nel nodo fiorentino. La buona notizia…la buona notizia, come sempre più spesso accade, non c’è

Trentuno indagati: funzionari, dirigenti, tecnici, e addirittura addetti alla vigilanza degli appalti e del corretto funzionamento dei lavori per il passante fiorentino della Tav, un lungo tunnel che avrebbe dovuto attraversare Firenze e che sarebbe dovuto essere scavato dalla maxitrivella ribattezzata “Monna Lisa”. Un gigante quasi del tutto montato ma mai messo in funzione e che ora è sotto sequestro, insieme al cantiere di Firenze Campo di Marte, per ordine della procura.

Subito dopo la notizia è riscoppiata la polemica. Qualcuno ha ribattezzato la giornata come “la vittoria dei No Tav”. Ognuno ha detto la sua: le ragioni del no, le ragioni del sì. Eppure l’inchiesta della procura ha sorpreso anche chi da anni si batte contro la costruzione del tunnel fiorentino. “Se le cose stano davvero così, ancora una volta la realtà degli affari made in Italy supera la fantasia: saremmo di fronte al gotha del peggio – ha dichiarato l’associazione Idra, da sempre contraria alla Tav – Se le cose stanno davvero così, le carte disvelerebbero un’osmosi perversa, poco meno che terrificante, fra potere politico, committenza pubblica, appaltatori privati e criminalità organizzata”.

Perché quello che fa rabbia, come cittadino italiano, è il come le grandi, medie o piccole opere vengono bloccate. Ci sarebbero tante ragioni e validi motivi per essere favorevoli, o meno favorevoli, all’alta velocità. Si può essere o meno d’accordo con chi pensa che sia “un’opera indispensabile per il futuro della Toscana e di Firenze e un importante investimento per rilanciare il lavoro e l’occupazione”, come ha dichiarato il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi.

Così può essere o meno d’accordo con gli abitanti del Mugello (tra Firenze e Bologna) che protestano per i danni irreversibili alle falde acquifere e con le associazioni No Tav da sempre contrari al sottoattraversamento nella città patrimonio mondiale dell’UNESCO.  Ma quello che fa rabbia è che qualsiasi opera venga o debba essere fatta in Italia corre il rischio di essere bloccata non per scelta dei cittadini, o di chi i cittadini li governa ma dagli interessi di pochi.

Assunzioni di parenti e amici in cambio di pareri ministeriali positivi, appalti per l’impresa di famiglia in cambio di contatti politici o economici. Nelle carte dell’inchiesta della procura di Firenze c’è tutta l’Italia di oggi. Se tutte le accuse dovessero corrispondere a realtà, e trovare fondamento, sarebbe in gioco non solo un tunnel sotterraneo sotto Firenze, ma l’essenza stessa del buon governo e della democrazia.

Gerardo Adinolfi | @gerryadi per Intervistato.com

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